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La finitura italiana guarda al mondo: Tecn’è racconta i numeri UCIF

Il numero di luglio/agosto 2026 di Tecn’è, la rivista di Open Factory, dedica un ampio approfondimento allo studio di settore UCIF nella rubrica Osservatorio – Trattamenti superficiali. Un articolo che restituisce la fotografia di un comparto spesso invisibile al consumatore finale, ma decisivo per qualità, durata ed estetica dei prodotti che utilizziamo ogni giorno: dall’automobile all’elettrodomestico, dal mobile ai componenti meccanici.
Un comparto che vale 1.484 milioni di euro
I dati, elaborati sui bilanci civilistici 2024, censiscono 170 aziende attive nella produzione di impianti e tecnologie per la finitura industriale, per un fatturato complessivo di 1.484 milioni di euro. Una realtà articolata nei nove settori merceologici che compongono l’identità industriale dell’associazione, dalla verniciatura al lavaggio, dalla granigliatura alla vibrofinitura, fino alla depurazione di aria e acqua, alla movimentazione, al trattamento superficiale sottovuoto e all’automazione e robotica.
All’interno di questo quadro, i 27 associati UCIF e i 3 soci aggregati hanno generato nel 2024 un fatturato di 689 milioni di euro, pari al 46% dell’intero mercato nazionale. Un dato di concentrazione significativo, che l’articolo legge come il segnale di un’associazione capace di aggregare realtà strutturate, con capacità produttive, commerciali e tecnologiche superiori alla media.
Export, produttività e sfide aperte
Il 71% della produzione di settore prende la strada dell’estero: Europa, Asia, Americhe e mercati emergenti, dove la crescente industrializzazione genera domanda di tecnologie per la qualità superficiale. Con 1.503 addetti diretti, le aziende associate esprimono una produttività media di circa 458.000 euro per addetto, in linea con le fasce più elevate della meccanica strumentale italiana.
Tecn’è richiama infine i tre fronti aperti individuati dallo studio: la transizione green, con normative ambientali europee sempre più stringenti; la digitalizzazione dei processi, dove le tecnologie sono disponibili ma l’adozione lungo la filiera resta disomogenea; e la diversificazione geografica, per trasformare la forza dell’export in una presenza stabile e diversificata.
Fonte: Tecn’è – Open Factory, luglio/agosto 2026, articolo di Giovanni Invernizzi.

